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L_Antonio
Odio gli indifferenti


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12 aprile 2011

L'Europa dei conservatori

 

Dopo aver sparato a zero sull’Europa, i nostri berluscon-leghisti hanno fatto un passo indietro. Forse perché Napolitano li ha presi per le orecchie, forse perché si sono resi conto di aver fatto pipì fuori dal vasino, fatto sta che oggi sembrano un pochino più tiepidi nei loro giudizi. Adesso la chiave proposta (da Alfano, da Frattini, da Maroni) è la seguente: non ce l’abbiamo con le istituzioni europee, ma con i singoli paesi. Vorrei soltanto ricordare che questi paesi (Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia) sono tutti guidati da governi di destra. Tant’è che Massimo D’Alema, l’ombra che aleggia sulla testa del povero Frattini, ha illustrato in una singola frase cristallina questa situazione: “Non mi piace quest’Europa conservatrice”.

Ma stavolta hanno ragione loro: sono i paesi europei quelli che stanno affondando l’Europa e il sentimento di solidarietà da cui la stessa UE nasce. D’altra parte: cos’altro è il tentativo di creare un sistema di paesi, di istituzioni, di cittadini pronti a collaborare, sostenersi, fissare una prospettiva (non solo una moneta) comune, se non un’azione reciproca fondata in primo luogo sul sentimento e la pratica della reciproca solidarietà? Questo balletto sui profughi tunisini è, invece, la tragica testimonianza che l’Europa dei conservatori (Cameron, Sarkozy, Berlusconi, Bossi, Merkel) semplicemente non esiste, perché non esiste per la destra un vero sentimento e una vera pratica solidaristica. Che deve manifestarsi concretamente verso l’esterno, se vuole davvero sussistere come tale, soprattutto verso quei popoli, quelle nazioni e quelle terre nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi di sostegno, visto che ogni giorno sganciamo delle bombe sul loro suolo.

La destra è il vero detonatore della divisione europea: è troppo egoista, troppo gretta, per capire la differenza che c’è tra avari interessi e aperture solidali. Peccato che su questa differenza si stagli invece il confine netto tra Europa dei banchieri e dei privilegi, contro quella dei cittadini e delle democrazie solidali. Peccato, ma scontato, visto che si parla del cittadino Berlusconi.


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permalink | inviato da L_Antonio il 12/4/2011 alle 18:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


28 aprile 2010

Conservatori e rivoluzionari

 

Sul tema “riforme” Berlusconi sarebbe "inaffidabile". Che vuol dire? Che finge soltanto di volerle fare? Se anche fosse, il problema delle riforme dipenderebbe dalle dietrologie berlusconiane, dalla sua conclamata inaffidabilità, oppure dalle effettive necessità di questo Paese? Io propenderei per la seconda, ovviamente. Vi sono ragioni oggettive (sotto gli occhi di tutti) per mettere mano a norme e progetti che rinnovino istituzioni, meccanismi elettorali e redistributivi. Dirò di più: se Berlusconi fosse (come sembra) inaffidabile, questa sarebbe una ragione in più per inchiodarlo, metterlo dinanzi a delle scelte, parlare al Paese, tirare fuori idee più efficaci delle sue (ammesso che ne abbia, dietro gli slogan da comizio). Se è vero che la sinistra vuole modificare “lo stato di cose esistente” (si diceva così una volta), possibilmente senza aspettare un’ora X, non capisco perché si debba passare ogni giorno per esacerbati conservatori. È un mestiere che lascerei volentieri ad altri, quelli che lo fanno per vocazione, per tradizione o per partito preso.

L’antiberlusconismo ci ha trasformati in “resistenti”. Che vuol dire: “io sto qui, fermo, io sono il baluardo che si oppone al vento di chi vuol cambiare tutto”. Strano destino davvero. Siamo nati per mettere mano sfacciatamente ai meccanismi di funzionamento di un mondo ingiusto ed iniquo, e ci ritroviamo orgogliosamente a “resistere”, a conservare ciò che è minacciato. Giusto e meritorio, senz’altro. Ma non può finire qui, non può essere la pura conservazione dell’esistente il destino finale della sinistra italiana. Che è oggi sottoposta a un’erosione continua e al restringimento dei margini del proprio spazio e delle proprie idee (perché “resistere” vuol dire anche rinunciare all’espansione). Non è possibile che questo atteggiamento ci lasci soddisfatti davvero. Ma come? Non funziona più quasi nulla, e noi ci limitiamo a “denunciare” l'arroganza dell’altro? A montare la guardia allo stato di cose esistente? Nasciamo proiettati verso gli interessi del Paese (difendendo così interessi ed aspirazioni della classe operaia) ma oggi ci ritroviamo a ritenere le riforme una trappola? Forse è questo il vero limite della sinistra italiana.

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